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24 city jia zhang ke

La fabbrica di Stato 420 di Chengdu, specializzata in componenti per l’aeronautica, viene smantellata dopo una ristrutturazione dell’azienda e farà posto a un quartiere residenziale che si chiamerà “24 City”, nome tratto da un verso di una poesia cinese dedicata a una vagheggiata “città del vecchio ibisco”.

Recensione
La Cina di oggi e la Cina di ieri: Jia Zhang-Ke prosegue il suo lavoro di documentazione dei grandi cambiamenti che sta vivendo il suo paese, e lo fa mettendo insieme in 24 City dei racconti filmati con gli stessi testimoni e delle interviste ricostruite grazie all’interpretazione di alcune attrici, il tutto a comporre un affresco che sembrerebbe fedele della vita degli operai cinesi dal dopoguerra ad oggi e delle diverse aspirazioni delle giovani generazioni. Non conoscendo con precisione la cronologia della dismissione della fabbrica e le vicende ad essa connesse è difficile valutare l’aspetto documentario di quest’ultimo film dell’autore del Leone D’oro 2006, Still Life. Ma a volersi fidare del regista è molto facile farsi conquistare dall’intensità e dalla straordinaria efficacia visiva del suo lavoro.

L’incipit del film è la ripresa dall’alto di un fiume di tute blu che entra in fabbrica in bicicletta; la scena successiva fa entrare anche noi in una grande ma cadente officina dove operai di ambo i sessi lavorano alle presse per lo più a mane nudi, senza alcuna divisa, senza alcuna sicurezza. Sono forse queste immagini tangibili dell’esistenza di una vera classe operaia, ancora oppressa, nella Cina di oggi? Più o meno: non a Chengdu almeno, dove gli operai appena visti stanno in realtà lavorando in una fabbrica in dismissione, e dove sorgerà la nuova città 24, un quartiere residenziale fatto di grattacieli che nel film stesso vediamo costruire a una velocità apparentemente fulminante, circondando qualche vecchio corpo industriale conservato come memoria di un passato che anche in Cina.
Oltre ai luoghi magistralmente ripresi da Jia Zhang-Ke, a rimanere impresse alla fine del film sono le storie, vere o verosimili, raccontate dai protagonisti, che assurgono immediatamente a storie collettive di intere generazioni: ci sono gli operai trasferitisi negli anni ’50 da regioni lontane e rimasti a lavorare alla fabbrica 420 per decenni senza rivedere i loro cari, gli operai cui è stato insegnato a costruire da sé i propri utensili e a non sprecare neanche uno scarto di lavorazione, neanche un’ora di lavoro, sette giorni su sette; poi ci sono gli operai figli di operai che finita l’epoca di grandi commesse militari delle guerre di Corea, Vietnam e quant’altre si ritrovano licenziati alle soglie degli anni ’90, dopo una vita interamente dedicata alla fabbrica; e infine ci sono i ragazzi più giovani che spesso hanno frequentato le scuole d’avviamento esistenti all’interno della fabbrica stessa ma che cercano oggi di inventarsi un altro mestiere, per inclinazione e per necessità.
C’è tutta la Cina quindi in 24 City, e c’è anche molto della situazione dei lavoratori del resto del pianeta. Come nella Bagnoli futura intravista ne Il grande progetto di Vincenzo Marra anche nella futura città 24 vi saranno grandi alberghi e aeree residenziali. I due film sono diversissimi ma in entrambi i casi c’è da sperare che i progetti riescano nel migliore dei modi possibile, e che letteratura e cinema non smettano mai di seguire trasformazioni così epocali del nostro mondo.

Titolo originale: Er shi si cheng ji 24 city
Regia : Jia Zhang-Ke
Sceneggiatura : Jia Zhang-Ke, Zhai Yongming
Interpreti : Chen Jianbin, Joan Chen, Lu Liping, Tao Zhao
Nazionalità e anno: Cina, 2008
Durata : 107’
Fotografia : Yu Likwai, Wang Yu
Montaggio : Li Haiyang
Musica : Jing Lei Kong, Xudong Lin
Scenografia: Qiang Liu
Produttori : Jia Zhang-Ke, Shozo Ichiyama, Wang Hong

Fonte: Cinema.it

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